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9.9 La morte drammatica dell’astronauta Grissom servì per farlo tacere?

IN BREVE: No. Ucciderlo in un incidente del genere avrebbe rivelato proprio i problemi della capsula Apollo che secondo questa tesi si volevano nascondere.


IN DETTAGLIO: Nel documentario di Fox TV Did We Land on the Moon? (2001), Scott Grissom (Figura 9.9-1), figlio dell’astronauta Gus Grissom perito insieme con Ed White e Roger Chaffee nell’incendio della capsula Apollo 1 durante un’esercitazione il 27 gennaio 1967, afferma che la capsula “fu sabotata intenzionalmente”.


Figura 9.9-1. Scott Grissom nel documentario Did We Land on the Moon? (2001).


Alcuni lunacomplottisti sostengono che Grissom fu ucciso perché criticava apertamente il programma Apollo e si apprestava ad annunciare che la capsula non sarebbe mai stata in grado di raggiungere la Luna.

In altre parole, secondo questa tesi Grissom stava per rivelare pubblicamente che i veicoli Apollo erano pericolosamente inaffidabili e quindi qualcuno avrebbe deciso di zittirlo facendolo morire proprio in un incendio della capsula che rivelò a tutti che i veicoli Apollo erano pericolosamente inaffidabili. Non fa una grinza.

Le accuse di Scott Grissom non sono supportate da alcuna prova concreta. Il documentario della Fox dice che “la causa dell’incendio è ancora un mistero e la capsula rimane sotto chiave in una base militare”, ma è un’affermazione due volte errata e ingannevole.

Infatti non è nota la causa specifica dell’incendio, ossia quale esatto componente innescò le fiamme, ma le cause generali del rogo sono in realtà ben note e documentate: pochi secondi prima della prima segnalazione di un incendio da parte dell’equipaggio, i nastri di telemetria registrarono un corto circuito nella cabina del veicolo, che era costruita con materiali che diventavano altamente infiammabili in un’atmosfera interna di ossigeno puro ad alta pressione (1,13 atmosfere) come quella usata per lo specifico test che veniva svolto quel tragico giorno. In queste condizioni una minima scintilla, dovuta per esempio ad elettricità statica o a un cablaggio difettoso, avrebbe potuto innescare fiamme devastanti.

L’equipaggio rimase intrappolato all’interno della capsula per colpa del complesso portello doppio, che si apriva verso l’interno e quindi fu tenuto chiuso dall’improvviso aumento della pressione interna dovuto al calore. Grissom, White e Chaffee morirono in pochi secondi a causa dell’inalazione dei fumi tossici prodotti dalla combustione.

Figura 9.9-2. Il vano del portello di Apollo 1 mostra l’interno carbonizzato della capsula.


La tragedia obbligò la NASA e le società appaltatrici a rivedere drasticamente tutte le proprie procedure e a ripensare completamente la revisione della progettazione di tutti i veicoli Apollo, che era già in corso, per ridurre il rischio d’incendio.

Nel corso di 21 mesi frenetici, tutti i materiali infiammabili furono rimpiazzati adottando alternative autoestinguenti, le tute in nylon furono sostituite con modelli in materiale non infiammabile e resistente alle alte temperature, il portello fu riprogettato per aprirsi verso l’esterno in meno di dieci secondi e l’atmosfera di bordo fu cambiata: 60% di ossigeno e 40% di azoto a pressione atmosferica al decollo e 0,3 atmosfere di ossigeno puro per il resto della missione. Apollo 7 fu la prima missione ad adottare tutte queste modifiche.

Figura 9.9-3. Parte dei resti della capsula Apollo 1. Fonte: Chariots for Apollo.


Inoltre non è vero che la capsula di Apollo 1 è “rimane sotto chiave in una base militare”, come se ci fosse qualche segreto da nascondere. I documenti mostrano che al termine delle indagini sull’incidente la capsula fu portata al centro di ricerca della NASA di Langley, a Hampton (Virginia), dove rimase conservata fino al 2007, quando fu collocata in un capannone climatizzato sempre presso lo stesso centro, che non va confuso con le strutture militari che esistono a Langley: la NASA è un ente civile.

Il 27 gennaio 2017, esattamente cinquant’anni dopo l’incendio fatale, presso il Kennedy Space Center Visitor Complex è stata aperta al pubblico una mostra che racconta il disastro di Apollo 1 e le vite dei tre astronauti e include il portello originale della capsula.


Figura 9.9-3. La mostra commemorativa di Apollo 1 aperta a gennaio 2017 include i tre strati del complesso portello doppio della capsula originale. Fonte: NASA. Credit: Kim Shiflett.


In altre parole, il mistero è inventato di sana pianta dagli sceneggiatori sensazionalisti di Fox TV.

Infine va notato che il presunto movente non ha alcun senso, perché Grissom non era affatto una voce nel deserto a proposito dei difetti della capsula Apollo. Anzi, era già in corso una riprogettazione importante del veicolo e il rapporto della NASA sull’incidente dichiara apertamente che vi erano “carenze di progettazione, fabbricazione, installazione, rilavorazione e controllo qualità nei cablaggi elettrici... assenza di soluzioni progettuali di protezione antincendio... al momento del test erano installati nel Modulo di Comando attrezzature non certificati”.*

* Report of Apollo 204 Review Board – Findings, Determinations and Recommendations (1967). In originale: “deficiencies in design, manufacture, installation, rework and quality control existed in the electrical wiring... No design features for fire protection were incorporated... Non-certified equipment items were installed in the Command Module at time of test.”