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9.9 L’astronauta Grissom fu ucciso per farlo tacere

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IN BREVE: Ucciderlo in un incidente che avrebbe rivelato proprio i problemi che si volevano nascondere non sembra una strategia particolarmente astuta.


IN DETTAGLIO: Nel documentario di Fox TV Did We Land on the Moon?, Scott Grissom, figlio dell’astronauta Gus Grissom perito insieme con Ed White e Roger Chaffee nell’incendio della capsula Apollo 1 durante un’esercitazione il 27 gennaio 1967, afferma che la capsula “fu sabotata intenzionalmente”.

Alcuni lunacomplottisti1 affermano che Grissom fu ucciso perché criticava apertamente il programma Apollo e si apprestava ad annunciare che la capsula non sarebbe mai stata in grado di raggiungere la Luna.

È una tesi particolarmente assurda: secondo chi la sostiene, Gus Grissom stava per rivelare pubblicamente che i veicoli Apollo erano pericolosamente inaffidabili e quindi qualcuno avrebbe deciso di zittirlo facendolo morire... in un incendio della capsula che avrebbe rivelato a tutti che i veicoli Apollo erano pericolosamente inaffidabili.

Le accuse di Scott Grissom non sono supportate da prove concrete. Il documentario della Fox dice che “la causa dell’incendio è ancora un mistero”, ma è un’affermazione ingannevole. Infatti non è nota la causa specifica dell’incendio, ossia quale esatto componente innescò le fiamme, ma le cause generali del rogo sono in realtà ben note e documentate.

La capsula era afflitta da numerosi difetti e problemi tecnici irrisolti: i rapporti NASA, lungi dall’insabbiare, parlano apertamente di “carenze di progettazione, fabbricazione, installazione, rilavorazione e controllo qualità... assenza di soluzioni progettuali di protezione antincendio... installazione di componenti non certificati”.

Il portello era doppio e si apriva verso l’interno, rendendo difficile l’uscita d’emergenza; inoltre richiedeva lunghissime operazioni per la sua apertura. Durante l’esercitazione fatale, inoltre, la capsula aveva un’atmosfera di ossigeno puro a pressione superiore a quella atmosferica.

Un’atmosfera di questo genere rende estremamente facili incendi catastrofici, perché qualunque materiale combustibile vi brucia molto più violentemente che in un’atmosfera d’aria. È lo stesso tipo di problema che richiede precauzioni severissime nelle camere iperbariche: una scintilla è sufficiente a innescare un rogo.

La tragedia obbligò la NASA e le società appaltatrici a rivedere drasticamente le proprie procedure e a riprogettare a fondo tutti i veicoli Apollo per ridurre il rischio d’incendio.

Nel corso di 21 mesi (tanti ne trascorsero prima del primo volo con equipaggio, l’Apollo 7), fra le varie modifiche, tutti i materiali infiammabili furono rimpiazzati adottando alternative autoestinguenti, le tute in nylon furono sostituite con modelli in materiale non infiammabile e resistente alle alte temperature, il portello fu riprogettato per aprirsi verso l’esterno in meno di dieci secondi e l’atmosfera di bordo fu cambiata: 60% di ossigeno e 40% di azoto a pressione atmosferica al decollo e 0,3 atmosfere di ossigeno puro per il resto della missione.

Il documentario della Fox afferma inoltre che “la capsula rimane rinchiusa in una base militare”. È un dettaglio falso, che sembra aggiunto appositamente per creare un’atmosfera d’intrigo che non corrisponde ai fatti. In realtà la capsula, al termine delle indagini, fu portata al centro di ricerca della NASA di Langley, a Hampton (Virginia), dove rimase conservata fino al 2007, quando fu collocata in un capannone climatizzato sempre presso lo stesso centro, che non va confuso con le strutture militari che esistono a Langley: la NASA è un ente civile.

Il 27 gennaio 2017, esattamente cinquant’anni dopo l’incendio fatale, presso il Kennedy Space Center Visitor Complex è stata aperta al pubblico una mostra che racconta il disastro di Apollo 1 e le vite dei tre astronauti e include il portello originale della capsula.