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8.17 Come mai le tute pressurizzate nel vuoto non si gonfiavano come palloncini?

IN BREVE: Perché erano dotate di uno strato di contenimento paragonabile a quello che si vede nei tubi flessibili usati per innaffiare e avevano apposite articolazioni a soffietto.


IN DETTAGLIO: Alcuni lunacomplottisti si chiedono come gli astronauti potessero flettere le dita dentro i guanti della tuta spaziale e più in generale come potessero muoversi, visto che le tute, se fossero state pressurizzate come sostiene la NASA, nel vuoto si sarebbero gonfiate come un omino Michelin.

Per capire che la tesi è sbagliata basta considerare che non si gonfiano neanche le tute spaziali usate oggi dagli astronauti di vari paesi che lavorano all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale e che non si gonfiavano neppure le tute usate per le missioni dello Shuttle e dai cosmonauti russi delle Soyuz e della Mir. Ma i fatti tecnici spiegano in dettaglio la presunta anomalia.

Le tute Apollo erano pressurizzate soltanto a circa 0,3 atmosfere (un terzo della pressione atmosferica normale sulla Terra) ed erano dotate di uno strato interno di contenimento: una rete non espandibile integrata nello strato di neoprene che costituiva il Pressure Garment, ossia la parte ermetica della tuta spaziale che racchiudeva il corpo dell’astronauta.

La tuta, insomma, si poteva espandere soltanto fino al punto in cui questa rete risultava tesa. Se si immagina un palloncino collocato dentro un sacchetto di retina o si guarda la struttura di un tubo flessibile per innaffiare, si ha un buon esempio di strato di contenimento.

Inoltre le dita, le spalle, le ginocchia e i gomiti della tuta avevano articolazioni a soffietto che facilitavano i movimenti ed erano progettate per essere flessibili senza però gonfiarsi (Figure 8.17-1, 8.17-2 e e 8.17-3).

Figura 8.17-1. Gene Cernan verifica la taglia dello strato ermetico della tuta spaziale, il Pressure Garment. Si notano le articolazioni a soffietto anche sulle dita. Foto NASA AP17-72-H-253.


Figura 8.17-2. Charlie Duke (Apollo 16) prova la flessibilità del Pressure Garment della tuta spaziale.


Figura 8.17-3. Una foto a colori del Pressure Garment della tuta Apollo.


L’equivoco dei lunacomplottisti deriva probabilmente dal fatto che non conoscono la struttura delle tute spaziali e quindi credono che un astronauta indossi soltanto lo strato esterno, quello bianco (Figura 8-17.4): vedendone le tante pieghe, ritengono erroneamente che sia misteriosamente floscio, senza rendersi conto che in realtà c’è sotto un’altra tuta separata, che è quella pressurizzata.

Lo strato esterno, infatti, è realizzato in materiali ignifughi e resistenti all’abrasione e serve come protezione termica e per riparare l’astronauta dai micrometeoroidi, particelle microscopiche che viaggiano nello spazio ad altissima velocità e a lungo andare hanno un effetto simile alla sabbiatura a getto.

Figura 8.17-4. Ron Evans (Apollo 17) verifica l’elevazione massima del braccio mentre indossa il Pressure Garment e, sopra di esso, la seconda tuta di protezione contro incendi, variazioni termiche e micrometeoroidi.


Figura 8.17-5. Rappresentazione artistica in spaccato di una tuta spaziale completa (tuta interna pressurizzata e tuta esterna protettiva floscia). Credit: Paul Calle.