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8.6 Ma gli sbalzi termici enormi non avrebbero dovuto sciogliere o gelare le pellicole?

IN BREVE: No, perché le temperature estreme citate spesso dai sostenitori delle tesi di complotto sono riferite al suolo, rispetto al quale la pellicola era isolata grazie al vuoto, come in un thermos. Comunque quelle temperature non furono raggiunte neanche dal suolo durante le missioni Apollo, che allunarono poco dopo l’alba locale, quando le temperature erano molto più miti. Inoltre la pellicola era di un tipo speciale, resistente agli sbalzi termici, e le fotocamere erano trattate per riflettere il calore dell’esposizione al Sole, che non è molto diverso da quello che si ha in montagna sulla Terra.


IN DETTAGLIO: Bill Kaysing, nel suo libro Non siamo mai andati sulla Luna, scrive a pagina 53-54 che sulla Luna “le macchine fotografiche passavano da una temperatura di +100° nelle zone esposte alla luce solare diretta, ai -100° delle zone d’ombra. Immaginate quale stress termico avrebbe subito un materiale tanto delicato come un’emulsione fotografica...”.

Stando a quanto afferma Kaysing, insomma, le fotografie lunari sarebbero fisicamente impossibili. Ma l’analisi dei fatti dimostra che questo autore lunacomplottista è scivolato su un errore scientifico grossolano.

È vero che sulla Luna ci sono sbalzi di temperature davvero notevoli: i dati delle sonde lunari più recenti (LRO, 2009) segnalano temperature massime di 110°C e minime di -180°C all’equatore; in alcune zone polari perennemente in ombra la temperatura scende a -238°C. Ma tutti questi valori si riferiscono alla temperatura del suolo lunare.

Questo è un dettaglio fondamentale, perché sulla Luna non c’è un’atmosfera significativa che possa essere riscaldata dal suolo, per cui non c’è modo di trasmettere calore dal suolo alla pellicola. È lo stesso principio del vuoto isolante che funziona così bene nei thermos. Nel vuoto, il calore non si propaga per conduzione e/o convezione, come sulla Terra, ma soltanto per irraggiamento. Non c’è aria calda che scaldi gli oggetti per contatto.

Di conseguenza, sulla Luna la temperatura al suolo è praticamente irrilevante per la pellicola e parlare di questi valori estremi in relazione alle pellicole è ingannevole, oltre ad essere un errore dilettantesco.

Come se non bastasse, Kaysing dimentica di considerare che i valori estremi di caldo e di freddo che cita vengono raggiunti soltanto dopo la metà del giorno lunare (che comporta quattordici giorni terrestri di esposizione continua al Sole) e rispettivamente poco prima dell’alba (dopo quattordici giorni terrestri di buio ininterrotto). Ma tutti gli sbarchi sulla Luna avvennero poco dopo l’alba locale, quando le temperature erano quindi lontane da questi estremi.

L’elevazione massima del Sole sull’orizzonte locale durante una missione sulla Luna fu di 48,7° e fu rilevata al termine della terza escursione dell’Apollo 16. Durante questa missione furono rilevate temperature al suolo di 57°C al sole e -100°C all’ombra.

Resta dunque da considerare il riscaldamento della pellicola dovuto all’irraggiamento solare. Sulla Luna un oggetto esposto al sole riceve praticamente la stessa quantità di energia termica che riceve sulla Terra in alta montagna in una giornata limpida, perché l’irraggiamento dipende dalla distanza dalla fonte di calore, e la Luna e la Terra sono sostanzialmente alla stessa distanza dal Sole. Non c’è nulla di magicamente incendiario nella luce solare che colpisce la Luna: in termini di calore è sostanzialmente la stessa che riceviamo qui sul nostro pianeta.

In altre parole, una pellicola esposta al sole sulla Luna subisce lo stesso tipo di sollecitazioni termiche che subirebbe sulla Terra in una giornata di sole intenso in alta montagna, e sappiamo che persino i turisti riescono a fare foto in montagna e anche nel caldo dei tropici o del deserto senza che si squagli la pellicola o risultino colori orripilanti.

Si può obiettare che sulla Luna il lato esposto al Sole della fotocamera si scalda fortemente, mentre quello in ombra si raffredda altrettanto intensamente; ma occorre tenere conto del fatto che questi processi non sono repentini, anche perché fra fotocamera e pellicola c’è poco trasporto di calore: infatti dentro la fotocamera c’è il vuoto, proprio come in un thermos. Il calore si propaga dalla fotocamera verso la pellicola e viceversa per conduzione soltanto nelle poche zone di reciproco contatto. E comunque le fotocamere lunari venivano spostate continuamente dagli astronauti, per cui non restavano mai con lo stesso lato esposto al sole per lunghi periodi.

Del resto, se si sostiene che è impossibile che una pellicola sopporti le condizioni di vuoto e di temperatura sulla Luna, allora si deve sostenere che tutte le foto fatte su pellicola nello spazio durante le passeggiate spaziali russe, europee e americane sono false, perché non ci sono differenze, né di temperatura né di vuoto né di esposizione al sole, fra le condizioni sulla Luna e quelle in orbita intorno alla Terra.

Per esempio, la Figura 8.6a mostra l’astronauta statunitense Ed White durante la sua escursione all’esterno della capsula Gemini 4, nel 1965: porta con sé una fotocamera. Inoltre l’immagine che lo ritrae fu scattata con un’altra fotocamera che si trovava anch’essa all’esterno. Nessuna delle due pellicole si rovinò.


Figura 8.6a. Ed White usò una normale fotocamera (visibile davanti al
petto dell’astronauta) senza protezione termica durante la sua passeggiata spaziale nel 1965. Foto NASA S65-30431.


Inoltre le fotocamere lunari erano state trattate appositamente in modo da avere superfici riflettenti, anziché quelle classiche nere, come mostrato in Figura 8.6b. Queste superfici respingevano gran parte del calore ricevuto dal Sole.

Figura 8.6b. Una fotocamera lunare Hasselblad 500 EL.


Nel caso delle fotografie lunari, oltretutto, non fu impiegata una pellicola qualsiasi, ma una pellicola da 70 mm della Kodak concepita appositamente per le ricognizioni fotografiche aeree in alta quota, nelle quali doveva sopportare temperature fino a -40°C. Questa pellicola aveva una base sottile di poliestere (Estar) fatta su misura, che fonde a 254°C, e usava un’emulsione Ektachrome in grado di lavorare su un’ampia gamma di temperature.

C’è chi obietta che le pellicole chimiche hanno una gamma di temperature piuttosto ristretta, tanto che i fotografi professionisti stanno bene attenti a tenere le pellicole al caldo o al fresco secondo necessità. Ma questa è una gamma ottimale, specificata per ottenere i risultati cromatici migliori: non vuol dire che al di fuori di questa gamma la pellicola si rompe o si liquefa.