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10.5 I segnali arrivarono da un veicolo in orbita terrestre o lunare?

Un’altra ipotesi ricorrente nel cospirazionismo lunare è che le dirette TV e le comunicazioni radio furono preregistrate e poi trasmesse da un satellite automatico in orbita intorno alla Terra o sulla Luna.

L’orbita terrestre va scartata per le ragioni presentate nelle pagine precedenti: i sistemi di sorveglianza russi e i radioamatori privati di tutto il mondo, perfettamente in grado di ricevere le comunicazioni radio delle missioni lunari, si sarebbero accorti che la direzione dalla quale proveniva il segnale cambiava rapidissimamente (un satellite in orbita intorno alla Terra attraversa il cielo di una data località in pochi minuti). Un’orbita geostazionaria avrebbe comunque rivelato il trucco, perché non avrebbe seguito il graduale spostamento della Luna nel cielo.

Collocare il trasmettitore in orbita lunare o sulla superficie della Luna avrebbe risolto in parte il problema, ma sarebbe rimasto un altro indizio estremamente facile da notare: il cosiddetto effetto Doppler.

La frequenza radio delle trasmissioni di un veicolo che si sposta nello spazio subisce infatti una variazione, chiamata appunto effetto Doppler, a seconda della velocità di allontanamento o avvicinamento rispetto a chi riceve il segnale, esattamente come il rumore della sirena di un’ambulanza cambia tonalità quando si avvicina o allontana da noi. Questa variazione sarebbe stata rilevabile da qualunque radioamatore ben attrezzato.

Sarebbe stato quindi necessario che il trasmettitore si spostasse nello spazio (o variasse artificialmente la propria frequenza), seguendo esattamente il profilo della missione dichiarato dalla NASA e simulando non soltanto il viaggio ma anche ogni orbita lunare, che implicava un avvicinamento e poi un allontanamento rispetto alla Terra con conseguente variazione continua di frequenza. Inoltre sarebbe stato necessario un secondo trasmettitore che simulasse esattamente i movimenti del modulo lunare quando era separato dal modulo di comando e servizio.

Ci sarebbe stata, poi, l’ulteriore complicazione di trasmettere non solo le comunicazioni radio e TV, ma anche i dati di telemetria che informavano il Controllo Missione sullo stato del veicolo. Sarebbe stato quindi indispensabile fabbricare tutta questa massa di dati telemetrici e oltretutto trasmetterli in modo che corrispondessero, con sincronismo perfetto, alla direzione e velocità del veicolo, rilevabili tramite l’effetto Doppler.

Come se non bastasse, qualunque errore nelle caratteristiche delle trasmissioni provenienti da questi apparati di simulazione dei segnali avrebbe comportato lo smascheramento della messinscena.

Va aggiunto che la rete di ascolto delle trasmissioni spaziali non era tutta sotto il controllo della NASA o del governo statunitense. Per esempio, buona parte delle comunicazioni radio delle varie missioni, e in particolare la diretta del primo sbarco sulla Luna, arrivarono tramite i radiotelescopi australiani di Parkes e Honeysuckle Creek, gestiti da tecnici del posto. Non si tratta di gente senza nome, ma di persone reali, che rilasciano in proposito dichiarazioni come queste di Mike Dinn, vicedirettore della stazione di radioascolto del Manned Spaceflight Network a Honeysuckle Creek, in Australia, durante le missioni Apollo dalla 7 alla 13:

Dato che ero io il cittadino australiano, alle dipendenze del governo australiano, responsabile per la gestione delle operazioni presso il sito primario di ascolto qui, vicino a Canberra, posso confermare come fatto scientifico e tecnico che noi puntammo la nostra antenna lungo la traiettoria verso la Luna, sulla Luna e di ritorno dalla Luna e trasmettemmo e ricevemmo segnali radio contenenti comandi, telemetria, televisione insieme a informazioni di navigazione derivanti dalle angolazioni dell’antenna, dalle frequenze Doppler e dai ritardi bidirezionali di distanza. Impossibile da falsificare.

Parlai direttamente con l’Apollo 8 durante il viaggio d’andata; il mio assistente John Saxon parlò con Young e Duke sulla superficie lunare durante l’Apollo 16.*

* Mike Dinn, Honeysucklecreek.net; intervista fatta a Dinn da Steven Dutch nella recensione di Conspiracy Theory: Did We Go to the Moon?, Uwgb.edu, e mia comunicazione personale con Dinn, 2010.


Figura 10.5-1. Mike Dinn nel 1968. Credit: Hamish Lindsay (foto) e Colin Mackellar (scansione).